Volo nel Tramonto
Thursday, May 8, 2008
Wednesday, May 7, 2008
IL GIGANTE BUONO "CONSTANTINO RUSPOLI"
Comandante di compagnia paracadutisti impiegata come fanteria nella difesa di un importante caposaldo isolato nel deserto, benchèammalato, sosteneva una poderosa preparazione di artiglieria e poi l'attacco di forze corazzate nemiche soverchianti che contrattaccava con indomito coraggio.
Mentre il nemico sorpreso da tanta bravura ripiegava coi suoi carri, non avendo potuto nèsopraffare e neppure fiaccare l'eroica resistenza dei difensori, il prode comandante alla testa della compagnia decimata cadeva nel contrassalto colpito al petto da una raffica di mitragliatrice e trovava ancora la forza di gridare ai suoi uomini "Evviva l'Italia".
Fierissimo comandante ed esemplare soldato contribuiva a formare intorno al nome della Divisione "Folgore" un alone leggendario di gloria.
Deir El Munassib (El Alamein), 26-27 ottobre 1942.
IL GIGANTE BUONO
Lo chiamavano "Il gigante buono". Faceva di tutto per non apparire tale. In Africa aveva appeso una specie di daga, che asseriva provenisse da un tagliatore di teste, ad una cintura che portava a bandoliera, forse per sembrare feroce. Non ci riusciva, come non riusciva a
mimetizzare la sua nobile figura di patrizio romano.
Indossava con noncurante eleganza la divisa di paracadutista ,evidentemente rimaneggiata per contenere la sua muscolosa struttura. Metteva la giacca solo di sera, non si sa se per praticità o per tenere fede ad un certo innato stile.
Ostentava una camicia sbrindellata che rifiutava di far lavare perchègli sembrava un delitto privare un soldato anche di un solo gavettino d'acqua. Ai piedi un paio di scarpe da ginnastica. Dicono che anche in Patria usasse solo quel tipo di scarpe.
Era il capitano Costantino Ruspoli, comandante l'11° comp. del IV° battaglione. La sera del 25 ottobre i resti dell'11° erano radunati nei pressi del Comando.
Fino alle cinque gli inglesi avevano attaccato senza sosta, sperando di poter facilmente sfondare. Mucchi di caduti e tredici carri armati ancora fumanti facevano da cornice al caposaldo. Alle cinque sosta per il tè. O forse erano stufi di prendere batoste. Gli otto ragazzi rimasti erano soddisfatti della loro giornata, soddisfatti quanto lo possono essere ragazzi che hanno visto la morte negli occhi ed i loro camerati sparire nel vortice della battaglia.
Ma i veri soldati sono fatti così. Il piacere della vittoria soffoca ogni altro sentimento. Nascosto dalle prime ombre della notte, era arrivato anche il camioncino del rancio e dell'acqua. Quella sera le razioni sarebbero state abbondanti.
I cucinieri non possono tener conto di quelli che non ci sono più. Erano le nove quando tre razzi illuminarono la scena. Immediatamente la rabbia inglese si riscatenò con inaudita violenza..
I ragazzi, presi alla sprovvista, schizzarono nelle buche. L'autista del camioncino saltò sul mezzo per tentare di portarlo dietro una duna. Non ce la fece, fu centrato in pieno. L'autista perse la vita.
Rivoli di minestra e di acqua correvano sulla sabbia misti a sangue. Il tenente Bonetti, fuori per ispezione , schizzò nel camminamento e franò quasi addosso al capitano Ruspoli, il quale se ne stava tranquillo, seduto su una barella che gli faceva anche da branda, nella stanzetta sotterranea che fungeva da comando, avuta in eredità dal reparto che occupava prima quella zona .
Aveva un quaderno sulle ginocchia e scriveva. Era talmente assorto che quasi non si accorse dell'irruzione del tenente. Dopo un po' gli domandò:"Bonetti, sai sciare? ". Il tenente lo guardò sbalordito. Non si capacitava come, in quell'inferno di granate che piovevano a dirotto, con addosso il dolore per la morte del fratello, con la compagnia ridotta ad un decimo, trovasse opportuno dedicarsi a problemi di ski.
Chiese:"Perchè'".
"Rispondimi, sai sciare? ".
"Si capitano". "Dimmi cosa pensi del telemark e del cristiana.
Vorrei conoscere la tua opinione sul nuovo concetto del peso a valle. Una granata illuminò a giorno la stanzetta.
Era scoppiata vicino ed aveva messo a dura prova il tetto della stanzetta.
Unico commento del capitano:"Sembra di essere sul Carso".
La Sua esperienza gli dettava che contro l'artiglieria non c'è nulla da fare. Se ti becca sei fregato, altrimenti basta starsene al riparo delle schegge. Continuò quindi a parlare di sci.
Ad un certo momento il tiro cominciò ad allungarsi:"Che ore sono, Cucciolo(così usava chiamare il tenente)?".
"Le 22 esatte, Capitano." "Dovremmo esserci ormai". Indossò l'elmetto ed uscì nel camminamento. Sistemò i ragazzi .
Gli inglesi erano a trenta metri circa ed avanzavano facendosi scudo con i corpi dei caduti. Ordinò il lancio delle bombe a mano.
La battaglia infuriò per più di un'ora . I ragazzi avevano a disposizione le munizioni di un intera compagnia e riuscivano a contenere gli attacchi .
Sei sparavano e due ricaricavano i mitra. Ordinò il contrattacco saltando per primo fuori dal camminamento. Una tracciante rossa illuminò la notte .
Costantino, colpito, abbandonò il mitra e cadde all'indietro.
Il volto era sereno, la bocca semiaperta, gli occhi verdi spalancati guardavano in alto e la inseparabile pipa di gesso continuava a fargli compagnia illuminata dalla luce fredda della luna.
Tuesday, May 6, 2008
Thursday, May 1, 2008
Lancio con il paracadute di Leonardo Da Vinci
Si lancia col paracadute di Leonardo
PAYERNE, Svizzera -- Si è lanciato da 650 metri d'altezza con un paracadute del 1500, pensato niente meno che da Leonardo da Vinci. Uno svizzero di 36 anni del Canton Ticino ha realizzato un progetto del genio fiorentino, e poi l'ha testato personalmente.
La prova del particolare kite si è svolta all'aeroporto militare di Payerne, nella Svizzera del Canton Ticino. Olivier Vietti-Teppa, un appassionato paracadutista sportivo di 36 anni, si è lanciato nel vuoto dall'altezza di 650 metri.
Ha planato nel vuoto con un paracadute a forma triangolare, il cui progetto era stato ideato niente meno che da Leonardo da Vinci tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500. Anche questa volta il genio fiorentino aveva avuto una giusta intuizione: il mezzo ha planato perfettamente.
"Sono atterrato nel centro della pista - ha detto Vietti-Teppa - è stato impeccabile".
Valentina d'Angella
Pubblicato da Basco Grigioverde a 10.25
Sunday, April 6, 2008
Afghanistan. Fuoco contro gli italiani.
Giovanni Pezzulo
Afghanistan. Fuoco contro gli italiani. Un morto ed un ferito.
14-02-2008
ROMA. Il primo maresciallo Giovanni Pezzulo avrebbe compiuto 45 anni il 25 febbraio. L'hanno ucciso ieri, in una valle maledetta a 60 chilometri da Kabul, mentre distribuiva scatoloni di viveri e vestiti. Una sparatoria durante una missione umanitaria finalizzata, anche, a cercare il consenso della popolazione. Cosa che i talebani non vogliono. E così è scattato l'agguato: c'é stata una violenta sparatoria, in cui anche l'alpino paracadutista Enrico Mercuri è rimasto leggermente ferito a una gamba.
L'ATTACCO _ E' avvenuto alle 15 locali, le 11:30 in Italia. I militari italiani, ricostruiscono allo Stato maggiore della Difesa, si trovavano a Rudbar, una località nella valle di Uzeebin, distretto di Surobi. E' l'area di competenza italiana. I soldati della Task Force Surobi erano impegnati in "attività di cooperazione civile e militare e sostegno sanitario alla popolazione".
Dopo alcune ore _ il tempo, forse, per organizzare un attacco pesante _ vengono presi di mira a raffiche di kalashnikov: i 'Rangers' del reggimento Montecervino rispondono subito al fuoco. Anche gli altri sparano. Alla fine resta a terra Pezzulo, morto, mentre Mercuri viene ferito. Li portano via in elicottero all'ospedale francese di Camp Warehouse, a Kabul.
L'AVVERTIMENTO _ Secondo indiscrezioni, un precedente attacco a militari italiani, una sorta di avvertimento, sarebbe avvenuto nella stessa zona una decina di giorni fa: in quel caso nessuno riportò danni. Per risalire all'ultimo attacco noto contro uno dei circa 2.350 italiani di stanza tra Kabul ed Herat bisogna però andare al 4 dicembre: a Farah, nessun ferito. L'ultima vittima è invece il maresciallo Daniele Paladini, ucciso da un kamikaze il 24 novembre. Dodici in tutto i morti italiani.
IL FORTINO DI SUROBI _ Pezzulo e Mercuri erano entrambi distaccati nella 'Fob' (Forward Operating Base), la base operativa avanzata di Surobi, ad una trentina di chilometri ad ovest di Kabul, sulla strada per Jalalabad: un vero e proprio 'fortino' presidiato da un centinaio di militari italiani, in una zona considerata nevralgica. Ed anche molto pericolosa. Proprio in quell'area, il 19 novembre 2001, venne uccisa l'inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli ed altri quattro giornalisti stranieri. Questo isolato avamposto è attualmente presidiato da uomini del 185mo reggimento della Folgore e dai 'Rangers' di Bolzano. Insieme a loro ci sono i soldati del Cimic, la Cooperazione civile_militare.
TALEBANI RIVENDICANO _ Il fortino di Surobi è considerato dall'Isaf molto importante perché strategico per il controllo della provincia di Kapisa, dove si trovano gruppi di taleban e dove spadroneggiano gli uomini dell'ex signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar. Un'area che viene continuamente pattugliata, anche perché lì si trova una diga con una importante centrale idroelettrica.
Ma a che serve distribuire viveri e medicine? "Serve ad aiutare questa gente, che non ha niente", risponde una fonte militare. "E serve anche _ aggiunge _ ad acquisire consenso. L'altro giorno sono stati degli abitanti di un villaggio, durante un'operazione come quella di ieri, a segnalarci la presenza di un arsenale con 14 razzi. Tutti efficienti. Ovvio che i talebani vedono in questo la loro più pesante sconfitta".
Ed infatti, la rivendicazione non tarda a venire, per bocca di uno dei tanti portavoce. In una telefonata all'Afp, Zabihullah Mujahid dice che "i talebani hanno teso un'imboscata ad una sessantina di chilometri dalla capitale ed ucciso cinque soldati americani nel distretto di Surobi". Tutto da verificare. Secondo alcune indiscrezioni, in effetti, anche soldati Usa di stanza a Kabul sarebbero intervenuti nel luogo dell'attacco, pur non restando feriti: indiscrezioni che non trovano però alcuna conferma ufficiale. E lo stesso portavoce, contattato più tardi dalla Reuters, si corregge: "Era un convoglio dell'esercito italiano. Più di due soldati sono rimasti uccisi nell'attacco".
Tuesday, March 25, 2008
La Lamborghini Gallardo, in dotazione alla Polizia
I veicoli sono usati per vigilare le autostrade,
Dotazione fatta nel 2007 alla Polizia di Stato, Departimento di Publica sicurezza,
Friday, February 22, 2008
Torna in Italia la salma del militare ucciso vicino Kabul

15-02-2008
ROMA. "Mio padre era a Kabul a portare la pace e non era la prima volta che andava all'estero, tutti i giorni ci mandava le foto di quello che faceva con i bambini nelle scuole che ricostruiva con gli altri soldati italiani". Senza cedere alle lacrime, con lo sguardo coperto dai capelli scuri a velarle il dolore, Giusy, 18 anni, sulla porta della casa trevigiana di Oderzo ha spiegato chi era suo papà, perchè aveva scelto questa missione, in cosa credeva, quanto fosse grande l'orgoglio che mostrava "nel servire lo Stato e la Patria". Ora vuole anche anche lei entrare nell'Esercito "per mantenere viva la memoria di papà e per riscattarlo". "Credeva fino in fondo nel suo lavoro e spero che il suo sacrificio contribuisca a cambiare le cose". Per un papà così, che ha messo "al servizio la propria vita", Giusy a nome della famiglia ha chiesto, con composta commozione, che venisse esposto alle finestre il tricolore "perché in occasione dell'anniversario della strage di Nassiriya lo metteva sempre in onore dei colleghi caduti", lui che scampò a quell'inferno del 2003 quasi per miracolo.
Giovanni Pezzulo, il maresciallo ucciso mercoledì in un agguato in Afghanistan mentre distribuiva viveri e vestiti in un villaggio nel distretto di Surobi, alla bandiera ci ha sempre tenuto, come hanno detto i colleghi della caserma Fiore di Motta di Livenza, sede della Cimic Group South, la cooperazione civile militare alla quale apparteneva il maresciallo. Era il suo modo per dimostrare il forte attaccamento e il sentimento di fierezza che nutriva nei confronti del suo Paese durante le missioni all'estero.
Una, grande, immensa, stirata con cura, gli copriva la bara mentre riceveva ieri l'ultimo saluto sotto la neve di Kabul, nella camera ardente allestita in un deposito a ridosso della pista. Qualche minuto di raccoglimento, qualche singhiozzo congelato dall'emozione, poi il feretro è stato portato a spalla per mezzo chilometro fino al C_130 dell'Aeronautica che in serata è atterrato a Ciampino. Alla cerimonia hanno partecipato i commilitoni e i suoi comandanti, il generale Federico Bonato e il colonnello Michele Risi. Presente anche l'ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi e alcuni rappresentanti stranieri di Isaf, la missione Nato nel cui ambito Pezzulo si occupava del Cimic.
"Spero che il sacrificio di papà possa contribuire a cambiare le cose", ha detto ancora la figlia Giusy, portavoce di una famiglia che ha ricevuto il cordoglio dell'intero paesino di Carinola, il paese del Casertano in cui Giovanni era nato e dove vivono quattro dei cinque fratelli.
Nella caserma di Livenza verrà allestita la camera ardente, la cui apertura dovrebbe avvenire questa sera. Prima è prevista all'Istituto di medicina legale dell'Università 'La Sapienza' di Roma, l'autopsia, dopo che il pool antiterrorismo della capitale ha aperto un fascicolo per il reato di attentato con finalità di terrorismo.
Domani i funerali solenni alle 10.30 nel Duomo di Oderzo alla presenza dell ministro della Difesa Arturo Parisi e del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, gen. Fabrizio Castagnetti. Duecento bandiere verranno esposte in Comune, raccogliendo il desiderio della vedova.
Tornato in patria in barella anche il maresciallo degli alpini paracadutisti ferito nell'agguato di Surobi, Enrico Mercuri, 31 anni, che ha riportato lesioni giudicate non gravi ad una gamba. A Kabul, nell'ospedale da campo francese, Mercuri ha subito un piccolo intervento; in Italia sarà ricoverato al policlinico militare del Celio, dove probabilmente i magistrati che indagano sull'attentato andranno ad interrogarlo. A chi lo ha salutato a Kabul, è apparso "in buone condizioni generali, sia fisiche che di morale". Anche ieri ha telefonato a casa, a Montecassiano di Macerata, per tranquillizzare soprattutto la madre. "Sto bene, la ferita non è grave", le ha ripetuto. Dovrà comunque essere sottoposto in Italia ad un secondo intervento chirurgico.
Afghanistan. Addio a un eroe, I funerali del maresciallo Pezzulo

17-02-2008

ODERZO (Treviso). Lo sguardo attonito della moglie Maria e la voce fiera, rotta dal pianto, della figlia Giusy che dice "ciao mio eroe continuerò il tuo lavoro". Sono i due volti del funerale del primo maresciallo Giovanni Pezzulo, ucciso mercoledì scorso in un agguato terroristico nella valle di Uzeebin in Afghanistan mentre distribuiva generi alimentari. Pezzullo (promosso post mortem a sottotenente) era in forza al Cimic Group South di stanza alla caserma "Fiore" di Motta di Livenza (Treviso).
Alle esequie nel Duomo di Oderzo hanno partecipato in oltre un migliaio, con la città "vestita" di tricolore come aveva chiesto Giusy; bandiere che sono spuntate a sorpresa anche nelle cittadine vicine, ma anche lontano da qui, come sui trambus di Roma.
A Oderzo è giunta anche una corona d'alloro del Presidente della Repubblica ed un messaggio di conforto ai familiari dal Vaticano, in cui si annuncia che Benedetto XVI pregherà per la nuova vittima del terrorismo. In chiesa autorità civili e militari - il ministro della difesa, Arturo Parisi, e il capo di stato maggiore, generale Fabrizio Castagnetti - i familiari e loro conoscenti e tanti colleghi in divisa. In piazza, a seguire la messa sul sagrato, tutta Oderzo che ha applaudito quando è arrivata la bara di Pezzulo.
Caricata a spalla da alcuni amici e colleghi, non è sfuggito il gesto di uno di loro che ha preso un lembo del tricolore che la ricopriva, per baciarlo. "Giovanni ha dato il meglio di sé consapevole che chi non ama non protegge e non difende la vita" ha detto nell'omelia il vescovo di Vittorio Veneto mons. Corrado Pizziolo.
"Giovanni - ha proseguito - è rimasto vittima di un nuovo vile attentato. Ancora una volta il terrorismo, impaurito dalla solidarietà, ha manifestato il disprezzo per la vita umana". "Il grande amore per la bandiera - ha concluso - è ciò che Giovanni ci lascia come suo supremo testamento". Poi il momento più toccante della cerimonia, quando Giusy, la figlia diciottenne del maresciallo eroe è salita sull'altare, per l'ultimo saluto al papà:
"Non voglio ricordarti così in una bara a terra - ha detto la ragazza, tra le lacrime - anche da lontano mi facevi sentire molto amata".
"Non c'eri per i miei 18 anni perché eri lontano - ha proseguito - ma mi sei stato vicino con un mazzo di rose rosse". "So quanto mi ami - ha detto ancora Giusy - e ricordo quando da piccola giocavamo a sposarmi con te". "Ora devo crescere in fretta - ha concluso - per stare vicino alla mamma, mi sento forte e sono sicura che sei tu a darmi questa forza: stammi sempre vicino".
Durante la tumulazione nel cimitero di Oderzo sono risuonate le note di ‘Io Vagabondo' dei Nomadi, brano e gruppo molto amato da Pezzulo. La band dedicherà proprio al maresciallo caduto in Afghanistan il concerto di stasera a Novellara di Reggio Emilia.
Kosovo. Guerriglia a Belgrado.

Assaltate le Ambasciate. Un morto in quella americana
di Alessandro Lagroscino
22-02-2008
I manifestanti hanno preso di mira prima l'Ambasciata americana. Dopo edifici di altri paesi considerati favorevoli all'indipendenza del Kosovo dalla Serbia
Ambasciata americana violata, anche con un modesto incendio all'interno - un cadavere carbonizzato è stato trovato nelle ore successive, ma non apparterebbe al personale, bensì ad uno degli assalitori - e sedi diplomatiche occidentali sotto assedio stasera a Belgrado, dove il grande raduno di protesta promosso dalle autorità serbe contro la secessione del Kosovo è degenerato in guerriglia urbana, con decine tra feriti e contusi, per mano di gruppi di giovani hooligan. Secondo quanto reso noto dal dipartimento di stato Usa e da fonti di Belgrado, il cadavere è irriconoscibile e per identificarlo saranno necessari esami del Dna, mentre il bilancio aggiornato degli incidenti accaduti nella capitale serba è di una novantina di feriti o contusi, tra i quali una trentina di poliziotti. Tutto il personale diplomatico statunitense - ha detto il dipartimento di stato - ha risposto all'appello.
Dopo il ritrovamento del corpo carbonizzato, sicuramente non appartenente a personale dell'ambasciata, il dipartimento di stato ha anche rivolto una formale protesta al governo serbo perché la sicurezza dell'ambasciata "non era adeguata". Il numero tre del dipartimento, Nick Burns, ha chiamato il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, e il ministro degli esteri, Vuk Jeremic, per dire loro che saranno considerati direttamente responsabili in caso di nuovi incidenti. Jeremic, in un'intervista alla Reuters, ha subito definito inaccettabili e deplorevoli atti compiuti da estremisti gli attacchi alle ambasciate straniere, che "danneggiano l'immagine della Serbia all'estero e non rappresentano il sentimento collettivo del popolo serbo" e che non dovranno ripetersi. Anche il governo croato ha protestato ufficialmente con quello serbo dopo l'attacco contro la propria ambasciata a Belgrado, ed un centinaio di persone ha manifestato nel centro della città scandendo slogan anti-serbi.
Gruppi entrati in azione contro numerose rappresentanze e strutture commerciali straniere (compresa una filiale dell'Unicredit), e che sono stati capaci d'irrompere nel consolato di Washington, di strappare la bandiera a stelle e strisce, e persino d'appiccare il fuoco in alcune stanze, prima che la polizia si decidesse a intervenire in forze. La manifestazione, che secondo il governo serbo avrebbe dovuto "incanalare pacificamente la rabbia della gente", aveva richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone: riunite dinanzi all'ex Parlamento federale jugoslavo, lo stesso luogo in cui nel 2000 la protesta popolare aveva decretato la fine del regime di Slobodan Milosevic e l'apertura del Paese all'Europa, ma stavolta per dire 'no' all'indipendenza proclamata domenica 17 da Pristina. E 'no' all'Occidente che la sostiene.
Tutto è andato secondo copione durante i comizi: in un tripudio di bandiere nazionali, canti, esibizioni di immagini patriottiche e religiose, accuse agli Usa e all'Ue e ovazioni alla Russia di Vladimir Putin. Poi, mentre il grosso della folla defluiva pacificamente al grido di 'il Kosovo e' Serbià si é scatenata la furia dei più facinorosi. I vendicatori dell'orgoglio nazionale ferito si sono divisi in manipoli e hanno dato il via alla sarabanda. Quasi tutti agitavano i simboli rivali del tifo ultrà del Partizan e della Stella Rossa, associati nella violenze a sfondo nazionalistico così come era già successo per i disordini di domenica scorsa. Il gruppo più numeroso - formato da 300 persone circa - ha preso di mira l'ambasciata degli Usa, sul viale Knez Milos, non lontano dai ministeri diroccati che ricordano ancora i bombardamenti Nato del 1999. Ad attenderli c'erano solo poche pattuglie di polizia che si sono fatte rapidamente da parte: alcuni dimostranti hanno potuto così irrompere nella sezione consolare, scalando le finestre sulla facciata dell'edificio, e mettere a ferro e fuoco diversi ambienti.
Anche la bandiera dell'ambasciata - chiusa per precauzione fin dalle ore precedenti - è stata strappata e bruciata, sostituita per qualche minuto in segno di scherno con quella russa. Solo a quel punto la polizia (ringraziata più tardi "per la professionalità" da una portavoce) è intervenuta in assetto antisommossa. Con l'impiego di blindati che, in parata, hanno messo in fuga gli aggressori con lanci di lacrimogeni. Drappelli sparsi hanno continuato tuttavia a imperversare fino a tardi. Danneggiando altre ambasciate di Paesi bollati come 'nemici' (Turchia, Canada, Croazia, Belgio, Bosnia), e negozi con insegne straniere (come Benetton), ma anche saccheggiando semplici esercizi locali: tutti chiusi. Il bilancio provvisorio è di almeno 60 feriti, inclusa una quindicina di agenti.
Un'esplosione di teppismo che non cancella l'impatto della manifestazione unitaria del pomeriggio, affollata come non si vedeva da anni nella maggiore repubblica ex jugoslava: oltre 300.000 persone secondo la polizia, 500.000 secondo un portavoce governativo. E che tuttavia è stata commentata con preoccupazione dal presidente Boris Tadic, la voce più moderata ed europeista dell'attuale vertice politico serbo. Tadic, che aveva dato il patrocinio al raduno, salvo poi defilarsi e confermare una visita di Stato in Romania, si è fatto sentire da Bucarest (rompendo il silenzio imbarazzato del suo alleato-rivale Kostunica) per chiedere "la cessazione delle violenze e degli attacchi alle ambasciate", oltre che per sollecitare gli organi dello Stato a fare "il loro dovere secondo la legge" contro i vandali. Ma anche per ribadire che se le proteste pacifiche "sono legittime", i colpi di testa rischiano di ottenere un solo risultato: "Allontanare il Kosovo dalla Serbia" una volta per tutte.
Wednesday, February 6, 2008
Informazioni e Storia Il Secolo XIX
Il Secolo XIX è uno dei più rinomati quotidiani della Liguria ed annovera tra i suoi primati anche una diffusa popolarità nazionale.
E’ anche conosciuto con il nome di “Il Secolo”, soprattutto a Genova, città in cui il giornale viene impaginato e stampato. Tra le sue principali caratteristiche ricordiamo che fu uno dei primi giornali ad adottare la stampa a colori che lo contraddistinse per un lungo periodo. Per quanto riguarda le sue origini ricordiamo che il giornale fu di proprietà dei Perrone, una importante famiglia romana, e venne fondato a Genova nel marzo del 1886 ad opera di Ferruccio Macola (che fu anche il suo primo editore).
I primi finanziamenti si ebbero grazie all’intervento di Marcello Durazzo e la prima pubblicazione del Secolo XIX avvenne il 25 aprile del 1886, proprio durante il giorno di Pasqua. E’ considerato uno dei più antichi e storici giornali d’Italia e a testimonianza di ciò è stato allestito di recente un evento al Palazzo Ducale di Genova per festeggiarne i 120 anni.
Uno dei momenti di spicco del Secolo XIX si ebbe quando nel 1897 Ferdinando Maria Perrore pose alla guida della testata uno dei più importanti giornalisti dell’epoca, Luigi Arnaldo Vassallo che fece raggiungere tirature pari a 45.000 copie giornaliere. Nel 1906 con la morte di Vassallo subentrò alla guida del giornale Mario Fantozzi che lasciò in seguito il posto a David Chiossone.
Gli anni settanta furono un periodo di grande attività per i continui avvicendamenti che si ebbero nei vertici redazionali, tra i nomi più famosi ricordiamo: Michele Tito, Mario Sconcerti, Antonio Di Rosa, fino a giungere a Lanfranco Vaccari che dirige il giornale dal 23 ottobre del 2004.
Nel 2001 fu poi creato un intero spazio sul web denominato Il Secolo XIX Web che fu affidato a Marco Formento. Infine si giunse anche alla creazione della prima emittente radiofonica (nel 2006) chiamata Radio 19 e posta sotto la guida di Mauro Rattone. Le tirature del quotidiano si attestano sempre su livelli di tutto rispetto e variano tra le 129.000 copie, raggiunte nel 1996, alle attuali 109.000 copie circa.

