Volo nel Tramonto
Sunday, April 6, 2008
Afghanistan. Fuoco contro gli italiani.
Giovanni Pezzulo
Afghanistan. Fuoco contro gli italiani. Un morto ed un ferito.
14-02-2008
ROMA. Il primo maresciallo Giovanni Pezzulo avrebbe compiuto 45 anni il 25 febbraio. L'hanno ucciso ieri, in una valle maledetta a 60 chilometri da Kabul, mentre distribuiva scatoloni di viveri e vestiti. Una sparatoria durante una missione umanitaria finalizzata, anche, a cercare il consenso della popolazione. Cosa che i talebani non vogliono. E così è scattato l'agguato: c'é stata una violenta sparatoria, in cui anche l'alpino paracadutista Enrico Mercuri è rimasto leggermente ferito a una gamba.
L'ATTACCO _ E' avvenuto alle 15 locali, le 11:30 in Italia. I militari italiani, ricostruiscono allo Stato maggiore della Difesa, si trovavano a Rudbar, una località nella valle di Uzeebin, distretto di Surobi. E' l'area di competenza italiana. I soldati della Task Force Surobi erano impegnati in "attività di cooperazione civile e militare e sostegno sanitario alla popolazione".
Dopo alcune ore _ il tempo, forse, per organizzare un attacco pesante _ vengono presi di mira a raffiche di kalashnikov: i 'Rangers' del reggimento Montecervino rispondono subito al fuoco. Anche gli altri sparano. Alla fine resta a terra Pezzulo, morto, mentre Mercuri viene ferito. Li portano via in elicottero all'ospedale francese di Camp Warehouse, a Kabul.
L'AVVERTIMENTO _ Secondo indiscrezioni, un precedente attacco a militari italiani, una sorta di avvertimento, sarebbe avvenuto nella stessa zona una decina di giorni fa: in quel caso nessuno riportò danni. Per risalire all'ultimo attacco noto contro uno dei circa 2.350 italiani di stanza tra Kabul ed Herat bisogna però andare al 4 dicembre: a Farah, nessun ferito. L'ultima vittima è invece il maresciallo Daniele Paladini, ucciso da un kamikaze il 24 novembre. Dodici in tutto i morti italiani.
IL FORTINO DI SUROBI _ Pezzulo e Mercuri erano entrambi distaccati nella 'Fob' (Forward Operating Base), la base operativa avanzata di Surobi, ad una trentina di chilometri ad ovest di Kabul, sulla strada per Jalalabad: un vero e proprio 'fortino' presidiato da un centinaio di militari italiani, in una zona considerata nevralgica. Ed anche molto pericolosa. Proprio in quell'area, il 19 novembre 2001, venne uccisa l'inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli ed altri quattro giornalisti stranieri. Questo isolato avamposto è attualmente presidiato da uomini del 185mo reggimento della Folgore e dai 'Rangers' di Bolzano. Insieme a loro ci sono i soldati del Cimic, la Cooperazione civile_militare.
TALEBANI RIVENDICANO _ Il fortino di Surobi è considerato dall'Isaf molto importante perché strategico per il controllo della provincia di Kapisa, dove si trovano gruppi di taleban e dove spadroneggiano gli uomini dell'ex signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar. Un'area che viene continuamente pattugliata, anche perché lì si trova una diga con una importante centrale idroelettrica.
Ma a che serve distribuire viveri e medicine? "Serve ad aiutare questa gente, che non ha niente", risponde una fonte militare. "E serve anche _ aggiunge _ ad acquisire consenso. L'altro giorno sono stati degli abitanti di un villaggio, durante un'operazione come quella di ieri, a segnalarci la presenza di un arsenale con 14 razzi. Tutti efficienti. Ovvio che i talebani vedono in questo la loro più pesante sconfitta".
Ed infatti, la rivendicazione non tarda a venire, per bocca di uno dei tanti portavoce. In una telefonata all'Afp, Zabihullah Mujahid dice che "i talebani hanno teso un'imboscata ad una sessantina di chilometri dalla capitale ed ucciso cinque soldati americani nel distretto di Surobi". Tutto da verificare. Secondo alcune indiscrezioni, in effetti, anche soldati Usa di stanza a Kabul sarebbero intervenuti nel luogo dell'attacco, pur non restando feriti: indiscrezioni che non trovano però alcuna conferma ufficiale. E lo stesso portavoce, contattato più tardi dalla Reuters, si corregge: "Era un convoglio dell'esercito italiano. Più di due soldati sono rimasti uccisi nell'attacco".
Tuesday, March 25, 2008
La Lamborghini Gallardo, in dotazione alla Polizia
I veicoli sono usati per vigilare le autostrade,
Dotazione fatta nel 2007 alla Polizia di Stato, Departimento di Publica sicurezza,
Friday, February 22, 2008
Torna in Italia la salma del militare ucciso vicino Kabul

15-02-2008
ROMA. "Mio padre era a Kabul a portare la pace e non era la prima volta che andava all'estero, tutti i giorni ci mandava le foto di quello che faceva con i bambini nelle scuole che ricostruiva con gli altri soldati italiani". Senza cedere alle lacrime, con lo sguardo coperto dai capelli scuri a velarle il dolore, Giusy, 18 anni, sulla porta della casa trevigiana di Oderzo ha spiegato chi era suo papà, perchè aveva scelto questa missione, in cosa credeva, quanto fosse grande l'orgoglio che mostrava "nel servire lo Stato e la Patria". Ora vuole anche anche lei entrare nell'Esercito "per mantenere viva la memoria di papà e per riscattarlo". "Credeva fino in fondo nel suo lavoro e spero che il suo sacrificio contribuisca a cambiare le cose". Per un papà così, che ha messo "al servizio la propria vita", Giusy a nome della famiglia ha chiesto, con composta commozione, che venisse esposto alle finestre il tricolore "perché in occasione dell'anniversario della strage di Nassiriya lo metteva sempre in onore dei colleghi caduti", lui che scampò a quell'inferno del 2003 quasi per miracolo.
Giovanni Pezzulo, il maresciallo ucciso mercoledì in un agguato in Afghanistan mentre distribuiva viveri e vestiti in un villaggio nel distretto di Surobi, alla bandiera ci ha sempre tenuto, come hanno detto i colleghi della caserma Fiore di Motta di Livenza, sede della Cimic Group South, la cooperazione civile militare alla quale apparteneva il maresciallo. Era il suo modo per dimostrare il forte attaccamento e il sentimento di fierezza che nutriva nei confronti del suo Paese durante le missioni all'estero.
Una, grande, immensa, stirata con cura, gli copriva la bara mentre riceveva ieri l'ultimo saluto sotto la neve di Kabul, nella camera ardente allestita in un deposito a ridosso della pista. Qualche minuto di raccoglimento, qualche singhiozzo congelato dall'emozione, poi il feretro è stato portato a spalla per mezzo chilometro fino al C_130 dell'Aeronautica che in serata è atterrato a Ciampino. Alla cerimonia hanno partecipato i commilitoni e i suoi comandanti, il generale Federico Bonato e il colonnello Michele Risi. Presente anche l'ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi e alcuni rappresentanti stranieri di Isaf, la missione Nato nel cui ambito Pezzulo si occupava del Cimic.
"Spero che il sacrificio di papà possa contribuire a cambiare le cose", ha detto ancora la figlia Giusy, portavoce di una famiglia che ha ricevuto il cordoglio dell'intero paesino di Carinola, il paese del Casertano in cui Giovanni era nato e dove vivono quattro dei cinque fratelli.
Nella caserma di Livenza verrà allestita la camera ardente, la cui apertura dovrebbe avvenire questa sera. Prima è prevista all'Istituto di medicina legale dell'Università 'La Sapienza' di Roma, l'autopsia, dopo che il pool antiterrorismo della capitale ha aperto un fascicolo per il reato di attentato con finalità di terrorismo.
Domani i funerali solenni alle 10.30 nel Duomo di Oderzo alla presenza dell ministro della Difesa Arturo Parisi e del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, gen. Fabrizio Castagnetti. Duecento bandiere verranno esposte in Comune, raccogliendo il desiderio della vedova.
Tornato in patria in barella anche il maresciallo degli alpini paracadutisti ferito nell'agguato di Surobi, Enrico Mercuri, 31 anni, che ha riportato lesioni giudicate non gravi ad una gamba. A Kabul, nell'ospedale da campo francese, Mercuri ha subito un piccolo intervento; in Italia sarà ricoverato al policlinico militare del Celio, dove probabilmente i magistrati che indagano sull'attentato andranno ad interrogarlo. A chi lo ha salutato a Kabul, è apparso "in buone condizioni generali, sia fisiche che di morale". Anche ieri ha telefonato a casa, a Montecassiano di Macerata, per tranquillizzare soprattutto la madre. "Sto bene, la ferita non è grave", le ha ripetuto. Dovrà comunque essere sottoposto in Italia ad un secondo intervento chirurgico.
Afghanistan. Addio a un eroe, I funerali del maresciallo Pezzulo

17-02-2008

ODERZO (Treviso). Lo sguardo attonito della moglie Maria e la voce fiera, rotta dal pianto, della figlia Giusy che dice "ciao mio eroe continuerò il tuo lavoro". Sono i due volti del funerale del primo maresciallo Giovanni Pezzulo, ucciso mercoledì scorso in un agguato terroristico nella valle di Uzeebin in Afghanistan mentre distribuiva generi alimentari. Pezzullo (promosso post mortem a sottotenente) era in forza al Cimic Group South di stanza alla caserma "Fiore" di Motta di Livenza (Treviso).
Alle esequie nel Duomo di Oderzo hanno partecipato in oltre un migliaio, con la città "vestita" di tricolore come aveva chiesto Giusy; bandiere che sono spuntate a sorpresa anche nelle cittadine vicine, ma anche lontano da qui, come sui trambus di Roma.
A Oderzo è giunta anche una corona d'alloro del Presidente della Repubblica ed un messaggio di conforto ai familiari dal Vaticano, in cui si annuncia che Benedetto XVI pregherà per la nuova vittima del terrorismo. In chiesa autorità civili e militari - il ministro della difesa, Arturo Parisi, e il capo di stato maggiore, generale Fabrizio Castagnetti - i familiari e loro conoscenti e tanti colleghi in divisa. In piazza, a seguire la messa sul sagrato, tutta Oderzo che ha applaudito quando è arrivata la bara di Pezzulo.
Caricata a spalla da alcuni amici e colleghi, non è sfuggito il gesto di uno di loro che ha preso un lembo del tricolore che la ricopriva, per baciarlo. "Giovanni ha dato il meglio di sé consapevole che chi non ama non protegge e non difende la vita" ha detto nell'omelia il vescovo di Vittorio Veneto mons. Corrado Pizziolo.
"Giovanni - ha proseguito - è rimasto vittima di un nuovo vile attentato. Ancora una volta il terrorismo, impaurito dalla solidarietà, ha manifestato il disprezzo per la vita umana". "Il grande amore per la bandiera - ha concluso - è ciò che Giovanni ci lascia come suo supremo testamento". Poi il momento più toccante della cerimonia, quando Giusy, la figlia diciottenne del maresciallo eroe è salita sull'altare, per l'ultimo saluto al papà:
"Non voglio ricordarti così in una bara a terra - ha detto la ragazza, tra le lacrime - anche da lontano mi facevi sentire molto amata".
"Non c'eri per i miei 18 anni perché eri lontano - ha proseguito - ma mi sei stato vicino con un mazzo di rose rosse". "So quanto mi ami - ha detto ancora Giusy - e ricordo quando da piccola giocavamo a sposarmi con te". "Ora devo crescere in fretta - ha concluso - per stare vicino alla mamma, mi sento forte e sono sicura che sei tu a darmi questa forza: stammi sempre vicino".
Durante la tumulazione nel cimitero di Oderzo sono risuonate le note di ‘Io Vagabondo' dei Nomadi, brano e gruppo molto amato da Pezzulo. La band dedicherà proprio al maresciallo caduto in Afghanistan il concerto di stasera a Novellara di Reggio Emilia.
Kosovo. Guerriglia a Belgrado.

Assaltate le Ambasciate. Un morto in quella americana
di Alessandro Lagroscino
22-02-2008
I manifestanti hanno preso di mira prima l'Ambasciata americana. Dopo edifici di altri paesi considerati favorevoli all'indipendenza del Kosovo dalla Serbia
Ambasciata americana violata, anche con un modesto incendio all'interno - un cadavere carbonizzato è stato trovato nelle ore successive, ma non apparterebbe al personale, bensì ad uno degli assalitori - e sedi diplomatiche occidentali sotto assedio stasera a Belgrado, dove il grande raduno di protesta promosso dalle autorità serbe contro la secessione del Kosovo è degenerato in guerriglia urbana, con decine tra feriti e contusi, per mano di gruppi di giovani hooligan. Secondo quanto reso noto dal dipartimento di stato Usa e da fonti di Belgrado, il cadavere è irriconoscibile e per identificarlo saranno necessari esami del Dna, mentre il bilancio aggiornato degli incidenti accaduti nella capitale serba è di una novantina di feriti o contusi, tra i quali una trentina di poliziotti. Tutto il personale diplomatico statunitense - ha detto il dipartimento di stato - ha risposto all'appello.
Dopo il ritrovamento del corpo carbonizzato, sicuramente non appartenente a personale dell'ambasciata, il dipartimento di stato ha anche rivolto una formale protesta al governo serbo perché la sicurezza dell'ambasciata "non era adeguata". Il numero tre del dipartimento, Nick Burns, ha chiamato il primo ministro serbo, Vojislav Kostunica, e il ministro degli esteri, Vuk Jeremic, per dire loro che saranno considerati direttamente responsabili in caso di nuovi incidenti. Jeremic, in un'intervista alla Reuters, ha subito definito inaccettabili e deplorevoli atti compiuti da estremisti gli attacchi alle ambasciate straniere, che "danneggiano l'immagine della Serbia all'estero e non rappresentano il sentimento collettivo del popolo serbo" e che non dovranno ripetersi. Anche il governo croato ha protestato ufficialmente con quello serbo dopo l'attacco contro la propria ambasciata a Belgrado, ed un centinaio di persone ha manifestato nel centro della città scandendo slogan anti-serbi.
Gruppi entrati in azione contro numerose rappresentanze e strutture commerciali straniere (compresa una filiale dell'Unicredit), e che sono stati capaci d'irrompere nel consolato di Washington, di strappare la bandiera a stelle e strisce, e persino d'appiccare il fuoco in alcune stanze, prima che la polizia si decidesse a intervenire in forze. La manifestazione, che secondo il governo serbo avrebbe dovuto "incanalare pacificamente la rabbia della gente", aveva richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone: riunite dinanzi all'ex Parlamento federale jugoslavo, lo stesso luogo in cui nel 2000 la protesta popolare aveva decretato la fine del regime di Slobodan Milosevic e l'apertura del Paese all'Europa, ma stavolta per dire 'no' all'indipendenza proclamata domenica 17 da Pristina. E 'no' all'Occidente che la sostiene.
Tutto è andato secondo copione durante i comizi: in un tripudio di bandiere nazionali, canti, esibizioni di immagini patriottiche e religiose, accuse agli Usa e all'Ue e ovazioni alla Russia di Vladimir Putin. Poi, mentre il grosso della folla defluiva pacificamente al grido di 'il Kosovo e' Serbià si é scatenata la furia dei più facinorosi. I vendicatori dell'orgoglio nazionale ferito si sono divisi in manipoli e hanno dato il via alla sarabanda. Quasi tutti agitavano i simboli rivali del tifo ultrà del Partizan e della Stella Rossa, associati nella violenze a sfondo nazionalistico così come era già successo per i disordini di domenica scorsa. Il gruppo più numeroso - formato da 300 persone circa - ha preso di mira l'ambasciata degli Usa, sul viale Knez Milos, non lontano dai ministeri diroccati che ricordano ancora i bombardamenti Nato del 1999. Ad attenderli c'erano solo poche pattuglie di polizia che si sono fatte rapidamente da parte: alcuni dimostranti hanno potuto così irrompere nella sezione consolare, scalando le finestre sulla facciata dell'edificio, e mettere a ferro e fuoco diversi ambienti.
Anche la bandiera dell'ambasciata - chiusa per precauzione fin dalle ore precedenti - è stata strappata e bruciata, sostituita per qualche minuto in segno di scherno con quella russa. Solo a quel punto la polizia (ringraziata più tardi "per la professionalità" da una portavoce) è intervenuta in assetto antisommossa. Con l'impiego di blindati che, in parata, hanno messo in fuga gli aggressori con lanci di lacrimogeni. Drappelli sparsi hanno continuato tuttavia a imperversare fino a tardi. Danneggiando altre ambasciate di Paesi bollati come 'nemici' (Turchia, Canada, Croazia, Belgio, Bosnia), e negozi con insegne straniere (come Benetton), ma anche saccheggiando semplici esercizi locali: tutti chiusi. Il bilancio provvisorio è di almeno 60 feriti, inclusa una quindicina di agenti.
Un'esplosione di teppismo che non cancella l'impatto della manifestazione unitaria del pomeriggio, affollata come non si vedeva da anni nella maggiore repubblica ex jugoslava: oltre 300.000 persone secondo la polizia, 500.000 secondo un portavoce governativo. E che tuttavia è stata commentata con preoccupazione dal presidente Boris Tadic, la voce più moderata ed europeista dell'attuale vertice politico serbo. Tadic, che aveva dato il patrocinio al raduno, salvo poi defilarsi e confermare una visita di Stato in Romania, si è fatto sentire da Bucarest (rompendo il silenzio imbarazzato del suo alleato-rivale Kostunica) per chiedere "la cessazione delle violenze e degli attacchi alle ambasciate", oltre che per sollecitare gli organi dello Stato a fare "il loro dovere secondo la legge" contro i vandali. Ma anche per ribadire che se le proteste pacifiche "sono legittime", i colpi di testa rischiano di ottenere un solo risultato: "Allontanare il Kosovo dalla Serbia" una volta per tutte.
Wednesday, February 6, 2008
Informazioni e Storia Il Secolo XIX
Il Secolo XIX è uno dei più rinomati quotidiani della Liguria ed annovera tra i suoi primati anche una diffusa popolarità nazionale.
E’ anche conosciuto con il nome di “Il Secolo”, soprattutto a Genova, città in cui il giornale viene impaginato e stampato. Tra le sue principali caratteristiche ricordiamo che fu uno dei primi giornali ad adottare la stampa a colori che lo contraddistinse per un lungo periodo. Per quanto riguarda le sue origini ricordiamo che il giornale fu di proprietà dei Perrone, una importante famiglia romana, e venne fondato a Genova nel marzo del 1886 ad opera di Ferruccio Macola (che fu anche il suo primo editore).
I primi finanziamenti si ebbero grazie all’intervento di Marcello Durazzo e la prima pubblicazione del Secolo XIX avvenne il 25 aprile del 1886, proprio durante il giorno di Pasqua. E’ considerato uno dei più antichi e storici giornali d’Italia e a testimonianza di ciò è stato allestito di recente un evento al Palazzo Ducale di Genova per festeggiarne i 120 anni.
Uno dei momenti di spicco del Secolo XIX si ebbe quando nel 1897 Ferdinando Maria Perrore pose alla guida della testata uno dei più importanti giornalisti dell’epoca, Luigi Arnaldo Vassallo che fece raggiungere tirature pari a 45.000 copie giornaliere. Nel 1906 con la morte di Vassallo subentrò alla guida del giornale Mario Fantozzi che lasciò in seguito il posto a David Chiossone.
Gli anni settanta furono un periodo di grande attività per i continui avvicendamenti che si ebbero nei vertici redazionali, tra i nomi più famosi ricordiamo: Michele Tito, Mario Sconcerti, Antonio Di Rosa, fino a giungere a Lanfranco Vaccari che dirige il giornale dal 23 ottobre del 2004.
Nel 2001 fu poi creato un intero spazio sul web denominato Il Secolo XIX Web che fu affidato a Marco Formento. Infine si giunse anche alla creazione della prima emittente radiofonica (nel 2006) chiamata Radio 19 e posta sotto la guida di Mauro Rattone. Le tirature del quotidiano si attestano sempre su livelli di tutto rispetto e variano tra le 129.000 copie, raggiunte nel 1996, alle attuali 109.000 copie circa.
Wednesday, January 30, 2008
Informazioni e Storia "America Oggi"
Informazioni e "Storia America Oggi""America Oggi" è il quotidiano dedicato agli italiani all’estero, ed in particolare residenti negli Stati Uniti d’America.
La nascita del giornale è legata ad un’altra testata del 1980 chiamata Il Progresso Italo-americano che fu sciolta nel 1988 per dar vita ad un quotidiano del tutto autonomo e con una mentalità nuova, America Oggi. Le origini ufficiali risalgono dunque al 14 novembre del 1988 che segnano di fatto l’avvento dell’unico giornale in lingua italiana pubblicato in America. Negli anni successivi il quotidiano subì un notevole sviluppo associato a picchi di diffusione davvero interessanti. La testata rimase in seguito nelle mani di circa 20 soci facenti parte del gruppo editoriale di Westwood tra cui citiamo il fondatore Andrea Mantineo che ricopre attualmente la carica di presidente del gruppo e responsabile dello stesso quotidiano.La diffusione del quotidiano interessa maggiormente la popolazione italo americana della parte a nord est dell’America ma viene distribuito anche in altre impottanti città come Chicago e Florida. Una intera pagina viene dedicata agli eventi italiani mentre una rubrica viene redatta per il sindaco ed il governatore di New York. Attualmente la testata conta circa 40 dipendenti in cui trovano spazio circa 18 giornalisti che hanno dato il loro concreto contributo al raggiungimento di una diffusione sempre maggiore: circa 30.000 copie giornaliere vendute, che arrivano a ben 60.000 durante le festività e la domenica. In particolare il settimanale dedicato alla domenica esce con la dicitura “Oggi 7” a cui viene allegato anche il quotidiano US Italia Weekly che è completamente in lingua inglese.
La sede principale della redazione è situata a Westwood, Bergenline Avenue 55. Infine citiamo l’ottimo sito internet www.americaoggi.info sempre aggiornato e ben strutturato, in grado di fornire un importante punto di incontro tra la comunità italiana e quella americana. Viene data inoltre la possibilità di scaricare gratuitamente (in formato pdf) la prima pagina dello stesso quotidiano.
Saturday, December 22, 2007

I NOSTRI GRANDI
Gen. Giuseppe Palumbo
Divenne Comandante della Scuola Militare di Paracadutismo dopo leggendarie imprese di guerra in Africa. Conquistò il forte di Harrington ed ebbe la soddisfazione di ammainare personalmente la bandiera inglese. Catturato, fu protagonista di ben 13 evasioni: drammatica quella che lo costrinse a nuotare per sette ore nell'oceano, storica quella che dal Kenya lo condusse in Italia.
Di possedere un coraggio al limite della temerarietà, lo scoprì a 12 anni ne. quando, per far breccia nel cuore di una ragazzina di cui si era innamorato, percorse l'intero cornicione al quinto piano del palazzo dove abitava, su un lo monopattino rischiando ad ogni curva di sfracellarsi al suolo!
Da allora ad oggi (ha felicemente ha girato la boa dei 84 anni) la vita del generale paracadutista Giuseppe 1° Palumbo è sempre trascorsa all'insegna delle imprese più clamorose e stravaganti, costantemente al confine tra temerarietà e incoscienza.
Comandante di bande di colore in Africa durante l'ultima guerra, autore di colpi di mano leggendari (come la conquista del munitissimo fortino inglese di Harrington), protagonista di ben tredici evasioni di cui cinque importanti (drammatica quella che lo costrinse a nuotare per sette ore nell'oceano infestato di pescecani; "storica" quella che lo condusse dal Kenya all'Italia con una fuga da Guinness dei primati di ben ottomila chilo metri!); domatore di tigri e leoni; paracadutista spericolato.
Nel dopoguerra nè il passare degli anni nè le responsabilità del grado (fu comandante della Scuola militare di paracadutismo) attenuarono il suo gusto per l'avventura e per le iniziative provocatorie che scatenarono polemiche anche a livello nazionale come quando affrontò a ceffoni un giornali, sta che aveva accusato ingiustamente i suoi paracadutisti o quando restituì le al decorazioni al valor militare al presidente Pertini in segno di sdegnata protesta.
Quando nel '73 concluse la sua carriera, volle celebrare l'avvenimento con un gesto spettacolare: "Feci un lancio a Vicenza con la pattuglia acrobatica in caduta libera da tremila metri per chiudere nell'aria la mia vita militare. Così come nell'aria spero un di giorno di lasciarci le penne ".
Figlio di un ufficiale di cavalleria, Giuseppe Palumbo fece il corso allievi ufficiali nel '36 in fanteria e due anni dopo partì per l'Africa orientale partecipando con il II Battaglione Coloniale ai cicli di operazioni di guerra nel territorio del Governo dei Gallo e Sidano ottenendo tre croci al merito di guerra e la decorazione di cavaliere dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia.
L'impresa più impegnativa fu l'annientamento della banda di Marfù Tafarrà che aveva tenuto in scacco un intero battaglione.
Scoppiato il secondo conflitto mondiale, l'allora tenente Palumbo si rese protagonista di leggendari colpi di mano al comando di bande indigene. Il più clamoroso fu la conquista del munitissimo forte inglese di Harrington dopo sei giorni di furiosi combattimenti.
"Prima di poter conquistare il forte ‑racconta Palumbo ‑ bisognava annientare la resistenza di Dirsale, un paesino proprio ai piedi di Harrington. Mentre i vari battaglioni si susseguivano negli assalti, io ero di riserva con i miei uomini. Stanco di questa attesa snervante, mi presento al Comando attacco, dal col. Cicinelli, e mi offro volontario per occupare il paese con la mia banda. Il col. Cicinelli mi dice, ridendo, che in Africa i manicomi ancora non c'erano, facendomi capire che la mia proposta era pazzesca.
Mi dà comunque via libera e io gioco la carta della sorpresa e della psicologia: a notte, dopo una giornata di intensi combattimenti, i soldati, spossati, avvertono logicamente un calo di tensione. lo approfitto di questa situazione e, con pochi uomini, lancio in piena notte un attacco violentissimo con micidiale lancio di bombe a mano.
La sorpresa funziona, i difensori di Dirsale abbandonano il paese e cercano scampo nel vicino forte di Harrington".
Il primo obiettivo è raggiunto, adesso resta il compito più arduo. Palumbo e i suoi uomini restano imbottigliati in prima linea "rigettando ripetuti contrattacchi nemici ‑ come riporta la motivazione del passaggio di Palumbo in S.P.E. per meriti di guerra proprio in virtù di quell'impresa ‑ e resistendo sul posto per tre giorni consecutivi nonostante i furiosi bombardamenti avversari effettuati sia da terra sia dall'aria. Infine al quarto giorno, ricevuto l'ordine di assaltare il fortino distante una cinquantina di metri, ci si lanciava a colpi di bombe a mano, mettendo in fuga gli ultimi difensori rimastivi, catturando armi e munizioni".
"Naturalmente il forte non cadde solo per merito del mio assalto ma di tutti gli altri battaglioni impegnati nell'attacco ‑ puntualizza Palumbo ‑ Io però ebbi la grande soddisfazione di entrare per primo e di ammainare personalmente la bandiera inglese che i difensori in fuga non fecero in tempo a porre in salvo".
Come "bottino" personale di guerra Palumbo si prese uno splendido cavallo bianco (l'equitazione è sempre stata una sua grande passione, trasmessagli dal padre ufficiale di cavalleria): in sella a quel destriero veniva osannato come un trionfatore dai suoi ascari rimasti soggiogati dal coraggio che aveva sfoggiato nella conquista del fortino.
La campagna d'Africa, purtroppo, non registrò solo successi: dopo tante ardite imprese, arrivarono i giorni delle amarezze. Caduto prigioniero il suo reparto, Palumbo con un pugno di uomini tentò di raggiungere l'Amba Alagi dove il duca d'Aosta ancora combatteva. Circondato da truppe soverchianti, dopo un aspro combattimento fu costretto ad arrendersi nella piana di Sorfella.
Evaso quasi immediatamente si dava ad azioni di guerriglia con una pattuglia di uomini. Ne fa fede il capo di SM della Somalia col. Luigi Dante Di Marco che, da evaso, organizzava la resistenza nell'Impero.
"Durante il periodo della sua prima evasione ‑ scrive il col. Di Marco nella proposta della concessione di Medaglia d'Argento al Valor Militare al Palumbo ‑ dislocato nel territorio degli Auia a Sud di Harar, insidiò gravemente, alla testa di un pugno di evasi e di indigeni, il traffico militare britannico fra Giggiga e Harar: del che successivamente mi fece cavalleresca menzione lo stesso nemico".
Caduto nuovamente. prigioniero, Palumbo non si diede per vinto e proseguì nella sua serie di evasioni.
La più clamorosa e drammatica avvenne nel febbraio 1942. Rinchiuso nel munitissimo carcere di Berbera, nella Somalia britannica, Palumbo scommise una sterlina d'oro con un sergente inglese addetto alla sicurezza del campo sostenendo che sarebbe riuscito a evadere nonostante le eccezionali misure di sicurezza. E fu di parola. Di notte, dopo aver messo un manichino nel suo letto per ingannare le sentinelle, con l'aiuto di altri prigionieri riuscì a scardinare una finestra, si calò fino a terra grazie a una fune costruita con le cinture dei suoi compagni di cella, eluse la vigilanza dei soldati inglesi e nel buio corse verso il mare obiettivo, raggiungere una delle nostri navi, ormeggiate al largo, inviate in Somalia per far evacuare, sotto sorveglianza inglese, le donne italiane.
Con un coltello tra i denti per difendersi dai pescecani che pullulavano in quel tratto di mare, Palumbo si lanciò in acqua e cominciò a nuotare verso la libertà. Ore di fatica disumana, resa tre menda dal forte vento che spira verso terra; ormai allo stremo, impossibilitato a reggere tra i denti il coltello se lo infilò nella cintura dei pantaloncini. E proprio a quel banale, forzato cambiamento di posizione, il generale Palumbo deve la vita.
"Sfinito per la fatica ‑ racconta ‑stavo lentamente affondando quando , per un movimento brusco, la punta del coltello mi si piantò in una natica. Il dolore mi fece rinvenire: con uno sforzo disperato ripresi a nuotare e raggiunsi stremato la nave italiana".
Sette ore trascorse a lottare contro la corrente avversa l'avevano però sfinito sicché non riuscì ad afferrare la corda che un marinaio italiano gli aveva lanciato intimandogli silenzio per non farsi scorgere dalle sentinelle inglesi che erano a bordo del Vulcania.
"Tiratemi su con una corda a due capi, urlai ai marinai ‑ racconta Palumbo‑ Ma la mia voce attirò l'attenzione di una sentinella inglese che si affacciò dal ponte sparando un colpo a scopo intimidatorio. Poi puntò il fucile verso i marinai italiani costringendoli a mollare la corda. Per la rabbia e la disperazione riacquistai le forze e tornai a nuotare dirigendomi al largo. Ad un tratto sentii alle mie spalle colpi di pistola. Credevo volessero uccidermi, invece cercavano solo di farmi desistere dalla fuga e salire a bordo. Tirato su a braccia dagli inglesi, appena misi piede sulla nave mi sentii mancare le forze e, detta alla napoletana, sconnocchiai! Ciò fece sorridere un marinaio inglese che mi aveva aiutato ma io mi sentii offeso e tirai fuori il coltello. Ad onor del vero, scendendo dal ponte comando all'infermeria, vidi riflessa la mia immagine in una grande specchio e scoppiai anch'io a ridere! Sembravo infatti un indiano sul sentiero di guerra: tutti i graffi che mi ero prodotto per districarmi dai reticolati al campo erano diventati lividi e gonfi, avevo i capelli ritti in testa e una magrezza impressionante.; insomma, nell'insieme sembravo uno spaventapasseri!".
Appena rifocillato, Palumbo fu fatto sbarcare e venne riportato al campo di prigionia dove il sergente, con tipico fair play inglese, pagò la sterlina della scommessa.
L'episodio è citato, con notevole risalto, anche nel volume "Lunga fuga verso il sud" del principe Giovanni Corsini protagonista, a sua volta, di evasioni leggendarie. Almeno una decina di libri, comunque, fanno riferimento alle imprese africane di Palumbo.
Un altro libro, "Africa senza sole" di F.G. Piccinni, racconta dettagliatamente la tredicesima e ultima fuga di Palumbo, quella che lo riportò finalmente in patria.
Ridotto a fare il contrabbandiere di grappa che distillava clandestinamente nel campo da cui evadeva di notte per andarle a vendere e procurarsi così denaro per la fuga, Palumbo finiva spesso nei guai. "Il colonnello inglese ‑é scritto su "Africa senza sole" ‑vedendolo comparire continuamente al processo che si teneva per ogni infrazione, alla fine gli disse che era stufo di vederlo. Palumbo calmo gli rispose: "Si immagini io, signor colonnello, che la sopporto da oltre cinque anni!" Fu così che il colonnello inglese dette ordine di metterlo in coda a tutti gli elenchi di rimpatrio.
Ma quello scappò di prigione, raggiunse Nairobi, quindi Mombasa, penetrò nel porto scavalcando di notte la cancellata guardata da sentinelle e si portò su un isolotto all'imboccatura del porto.
Da qui, quando uscì il primo piroscafo carico di prigionieri, si buttò a nuoto incontro alla nave che lo raccolse e portò in Italia".
Concluso il conflitto mondiale e ottenuta una promozione per meriti di guerra, il cap. Palumbo fu assegnato al 1 ° Reggimento Granatieri.
"In quel periodo ‑ racconta ‑ venni a contatto con diversi paracadutisti, gente che si dava un sacco d'arie ma veramente in gamba! Tanto che decisi anch'io di diventare paracadutista militare: mi rivolsi al generale Frattini e nel '48 potei fare il corso e ottenere finamente il brevetto".
Appena il tempo di cimentarsi nei primi lanci, poi di nuovo in missione in Somalia dove di distinse per coraggio e decisione come gli riconobbe il comandante di Mogadisco: "Nella prima metà di aprile il capitano Palumbo ha svolto un'importante missione in Migiurtinia per il reclutamento di soldati nativi dimostrando di fronte ad impreviste difficoltà sorte per atteggiamento ostile di alcuni gruppi della popolazione, comportamento calmo ed energico. In questa occasione ho avuto modo di vederlo personalmente all'opera nella zona di Gallacaio".
Rientrato in Italia nel '52 e promosso maggiore, fu finalmente assegnato alle truppe paracadutiste: "Per la precisione, al Centro Militare Paracadutisti (poi divenuto C.A.PAR.) comandato dal col. Caforio ‑ puntualizza ‑ Una denominazione che non mi entusiasmava; protestai, mi diedi da fare per ottenere la vecchia denominazione di Scuola Militare Paracadutismo e alla fine la spuntai grazie all'intervento del gen. Aloja Capo di Stato Maggiore dell'Esercito".
Dopo una rischiosa esperienza in Libano, Palumbo ottenne il comando della Scuola Militare di Paracadutismo. "Proprio in quel periodo ‑ racconta ‑ morirono tre miei paracadutisti per cause mai accertate, una misteriosa epidemia che provocò allarme e polemiche a livello nazionale. Un giornalista di "Paese sera" si permise di scrivere che i paracadutisti prendevano eccitanti per fare i lanci.
Di fronte a questa volgare e vigliacca insinuazione, reagii in maniera assai decisa: mi recai, in borghese, accompagnato da mia moglie, nell'albergo pisano dove era alloggiato quel giornalista e, nonostante avessi un braccio ingessato per tiri incidente di lancio, lo affrontai a schiaffoni mandandolo all'ospedale". Un episodio che scatenò polemiche violentissime.
"Ma ottenni anche vastissima solidarietà ‑ si compiace il generale Palumbo ‑ Sapete chi mi difese con maggior vigore? L'on. Andreotti. "Libero schiaffo in libero stato!" disse l'allora Ministro della Difesa con una delle sue celebri frasi. E in quei giorni, nei palazzi politici e ministeriali fu coniata la frase "ti do un Palumbo!" per indicare uno schiaffo particolarmente violento".
Qualche anno dopo, un altro episodio clamoroso, per i suoi risvolti politici, portò il generale Palumbo alla ribalta dell'attenzione e delle polemiche nazionali: restituì le sue decorazioni al valor militare al Presidente della Repubblica Pertini in segno di protesta.
"Lo feci per protestare contro l'assegnazione della medaglia d'argento al prof. Bentivegna autore dell'attentato di via Rasella che uccise 33 militari altoatesini in divisa tedesca e provocò, per reazione, l'uccisione di 330 italiani alle Fosse Ardeatine perchè l'autore dell'attentato non si presentò alle autorità tedesche. Tra le vittime delle Fosse Ardeatine c'era anche lo zio di mia moglie, il generale di divisione aerea Castaldi Martelli".
Tra una polemica e l'altra, l'allora colonnello Palumbo dava anima e colpo alle sue passioni: il paracadutismo e gli... animali feroci.
Nell'aprile '64 alla testa dei suoi paracadutisti Palumbo stabilì anche il primato militare di lancio contemporaneo ad apertura comandata di 14 persone dalla porta assiale del C - 119. "Il lancio, a cui partecipai ‑ racconta il generale Palumbo ‑ fu ideato e pianificato dal col. Argento che ne curò in maniera perfetta l'addestramento.
Quella squadra fu poi soprannominata la banda del grappolo".
La passione per gli animali feroci, maturata in Africa, prosegui in Toscana, in una villa di amici dove allevò tigri, leoni, puma, leopardi.
Abbandonato l'allevamento delle bestie feroci (per la felicità dei vicini terrorizzati da non infrequenti fughe degli animali!) il generale Palumbo si accontenta oggi della compagnia di meno impegnativi cani: come la celebre Has Fidanken protagonista ‑ ricordate? ‑ di non lontane esibizioni televisive. E con Has Fidanken ben imbragata al petto, il generale Palumbo effettuava spesso lanci da tremila metri, felice e brillante impegno settimanale che contribuisce a trasformare i suoi avventurosi 84 anni in una perenne giovinezza.
Gianni Bezzi
Da FOLGORE n° 1 -1995
MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR MILITARE
'Ardito combattente ed ardente patriota, improntava ogni azione individuale e di reparto con generosa dedizione, affrontando rischi e spingendo al di là di ogni limite, spirito di sacrificio ed .elevato senso del dovere.
Comandante di bande Dubat in pericolosa delicata situazione:per il suo reparto effettuava azione rischiosa con pochi uomini e la conduceva brillantemente a termine sfidando e superando l'insidia
Esempio costante di sprezzo d pericolo e profondo attaccamento al dovere”.
A.O. maggio‑giugno l94l
MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR MILITARE
"Ufficiale di chiare virtù militari non sopportò lo stato di prigionia attratto dal prepotente richiamo al dovere
Dopo successive evasioni compiute in drammatiche circostanze ma fallite per l'attiva vigilanza dei detentori, riusciva, affrontando gravi rischi personali a raggiungere il mare e, dopo lunga perigliosa attraversata a nuoto, a salire su nave che trasportava connazionali coi quali ritornava in Patria.
Esempio d'indomita tenacia e perseverante coraggio”.
A.O. maggio 1942:
Il Volo Silente Paracadutismo
Vittorio Mungiguerra
Nato a Roma 3 Agosto 1940
1958 arruollato volontario nei Paracadutisti.
2 compagnia Pisa sotto il Comando Del Colonnello Renato Mascaretti
Livorno, sotto il Comando del Generale Aldo Magri
Livorno,1 compagnia Sabotatori sotto il comando del Tenente Franco Falcone
e del Maggiore Edoardo Acconci.
Congedato 1963,
Richiami di aggiornamento, della durata 30 giorni, 1966, 1968, 1974,
Attivita nel Paracadutismo sportivo, Iniziata con il permesso firmato da mio Padre alla eta' di 16 anni nel 1957, Primo lancio a bordo del Savoia Marchetti, segue durante il volentariato Militare guasi senza interruzioni, ultimo lancio 1974 dal'aereoporto di Latina

